Semi di Fede

Semi di Fede


Riflessioni sul Vangelo della Domenica

23 giugno 2019 – Solennità del Corpus Domini

 

16 giugno 2019 – Solennità della SS. Trinità

 

9 giugno 2019 – Solennità di Pentecoste

 

2 giugno 2019 – Solennità dell’Ascensione di Gesù

26 maggio 2019 – VI Domenica di Pasqua

 

19 maggio 2019 – V Domenica di Pasqua

 

12 maggio 2019 – IV Domenica di Pasqua

 

05 maggio 2019 – III Domenica di Pasqua

28 aprile 2019 – II Domenica di Pasqua o della Divina Misericordia

 

21 aprile 2019 – S. Pasqua di Risurrezione

 

14 aprile 2019 – Domenica delle Palme

“Per noi Cristo si è fatto obbediente fino alla morte e a una morte di croce.
Per questo Dio lo esaltò e gli donò il nome che è al di sopra di ogni nome.” (Fil 2, 8-9)

7 aprile 2019 – V Domenica del Tempo di Quaresima

In quel tempo, Gesù si avviò verso il monte degli Ulivi. Ma al mattino si recò di nuovo nel tempio e tutto il popolo andava da lui. Ed egli sedette e si mise a insegnare loro. 
Allora gli scribi e i farisei gli condussero una donna sorpresa in adulterio, la posero in mezzo e gli dissero: «Maestro, questa donna è stata sorpresa in flagrante adulterio. Ora Mosè, nella Legge, ci ha comandato di lapidare donne come questa. Tu che ne dici?».
Dicevano questo per metterlo alla prova e per avere motivo di accusarlo. 

Ma Gesù si chinò e si mise a scrivere col dito per terra. Tuttavia, poiché insistevano nell’interrogarlo, si alzò e disse loro: «Chi di voi è senza peccato, getti per primo la pietra contro di lei». E, chinatosi di nuovo, scriveva per terra. Quelli, udito ciò, se ne andarono uno per uno, cominciando dai più anziani. 
Lo lasciarono solo, e la donna era là in mezzo.
Allora Gesù si alzò e le disse: «Donna, dove sono? Nessuno ti ha condannata?».
Ed ella rispose: «Nessuno, Signore».
E Gesù disse: «Neanch’io ti condanno; va’ e d’ora in poi non peccare più» (Giovanni 8,1-11). 

31 marzo 2019 – IV Domenica del Tempo di Quaresima

In quel tempo, si avvicinavano a Gesù tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. I farisei e gli scribi mormoravano dicendo: «Costui accoglie i peccatori e mangia con loro». 
Ed egli disse loro questa parabola: «Un uomo aveva due figli. Il più giovane dei due disse al padre: “Padre, dammi la parte di patrimonio che mi spetta”. Ed egli divise tra loro le sue sostanze. Pochi giorni dopo, il figlio più giovane, raccolte tutte le sue cose, partì per un paese lontano e là sperperò il suo patrimonio vivendo in modo dissoluto. Quando ebbe speso tutto, sopraggiunse in quel paese una grande carestia ed egli cominciò a trovarsi nel bisogno. Allora andò a mettersi al servizio di uno degli abitanti di quella regione, che lo mandò nei suoi campi a pascolare i porci. Avrebbe voluto saziarsi con le carrube di cui si nutrivano i porci; ma nessuno gli dava nulla. Allora ritornò in sé e disse: “Quanti salariati di mio padre hanno pane in abbondanza e io qui muoio di fame! Mi alzerò, andrò da mio padre e gli dirò: Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio.
Trattami come uno dei tuoi salariati”. Si alzò e tornò da suo padre.

Quando era ancora lontano, suo padre lo vide, ebbe compassione, gli corse incontro, gli si gettò al collo e lo baciò. Il figlio gli disse: “Padre, ho peccato verso il Cielo e davanti a te; non sono più degno di essere chiamato tuo figlio”. Ma il padre disse ai servi: “Presto, portate qui il vestito più bello e fateglielo indossare, mettetegli l’anello al dito e i sandali ai piedi. Prendete il vitello grasso, ammazzatelo, mangiamo e facciamo festa, perché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita,
era perduto ed è stato ritrovato”. E cominciarono a far festa.

Il figlio maggiore si trovava nei campi. Al ritorno, quando fu vicino a casa, udì la musica e le danze; chiamò uno dei servi e gli domandò che cosa fosse tutto questo. Quello gli rispose: “Tuo fratello è qui e tuo padre ha fatto ammazzare il vitello grasso, perché lo ha riavuto sano e salvo”. Egli si indignò, e non voleva entrare. Suo padre allora uscì a supplicarlo. Ma egli rispose a suo padre: “Ecco, io ti servo da tanti anni e non ho mai disobbedito a un tuo comando, e tu non mi hai mai dato un capretto per far festa con i miei amici. Ma ora che è tornato questo tuo figlio, il quale ha divorato le tue sostanze con le prostitute, per lui hai ammazzato il vitello grasso”. Gli rispose il padre: “Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo; ma bisognava far festa e rallegrarsi, perché questo tuo fratello era morto
ed è tornato in vita, era perduto ed è stato ritrovato”» (Luca 15,1-32).

 

17 marzo 2019 – II Domenica del Tempo di Quaresima

In quel tempo, Gesù prese con sé Pietro, Giovanni e Giacomo e salì sul monte a pregare. Mentre pregava, il suo volto cambiò d’aspetto e la sua veste divenne candida e sfolgorante.
Ed ecco, due uomini conversavano con lui:
erano Mosè ed Elìa, apparsi nella gloria, e parlavano del suo esodo,
che stava per compiersi a Gerusalemme. 

Pietro e i suoi compagni erano oppressi dal sonno;
ma, quando si svegliarono, videro la sua gloria e i due uomini che stavano con lui. 

Mentre questi si separavano da lui, Pietro disse a Gesù: «Maestro, è bello per noi essere qui.
Facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elìa». Egli non sapeva quello che diceva. 

Mentre parlava così, venne una nube e li coprì con la sua ombra. All’entrare nella nube, ebbero paura.
E dalla nube uscì una voce, che diceva: «Questi è il Figlio mio, l’eletto; ascoltatelo!». 

Appena la voce cessò, restò Gesù solo.
Essi tacquero e in quei giorni non riferirono a nessuno ciò che avevano visto (Luca 9,28-36).

 

 

10 marzo 2019 – I Domenica del Tempo di Quaresima

In quel tempo, Gesù, pieno di Spirito Santo, si allontanò dal Giordano ed era guidato dallo Spirito nel deserto, per quaranta giorni, tentato dal diavolo. Non mangiò nulla in quei giorni, ma quando furono terminati, ebbe fame. Allora il diavolo gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, di’ a questa pietra che diventi pane». Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Non di solo pane vivrà l’uomo”».
Il diavolo lo condusse in alto, gli mostrò in un istante tutti i regni della terra e gli disse: «Ti darò tutto questo potere e la loro gloria, perché a me è stata data e io la do a chi voglio.
Perciò, se ti prostrerai in adorazione dinanzi a me, tutto sarà tuo».
Gesù gli rispose: «Sta scritto: “Il Signore, Dio tuo, adorerai: a lui solo renderai culto”».

Lo condusse a Gerusalemme, lo pose sul punto più alto del tempio e gli disse: «Se tu sei Figlio di Dio, gèttati giù di qui; sta scritto infatti: “Ai suoi angeli darà ordini a tuo riguardo affinché essi ti custodiscano”; e anche: “Essi ti porteranno sulle loro mani perché il tuo piede non inciampi in una pietra”». Gesù gli rispose: «È stato detto: “Non metterai alla prova il Signore Dio tuo”».
Dopo aver esaurito ogni tentazione, il diavolo si allontanò da lui fino al momento fissato (Luca 4,1-13).

 

3 marzo 2019 – VIII Domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli una parabola: 
«Può forse un cieco guidare un altro cieco? Non cadranno tutti e due in un fosso? Un discepolo non è più del maestro; ma ognuno, che sia ben preparato, sarà come il suo maestro. 
Perché guardi la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello e non ti accorgi della trave che è nel tuo occhio? Come puoi dire al tuo fratello: “Fratello, lascia che tolga la pagliuzza che è nel tuo occhio”, mentre tu stesso non vedi la trave che è nel tuo occhio? Ipocrita! Togli prima la trave dal tuo occhio e allora ci vedrai bene per togliere la pagliuzza dall’occhio del tuo fratello.
Non vi è albero buono che produca un frutto cattivo, né vi è d’altronde albero cattivo che produca un frutto buono. Ogni albero infatti si riconosce dal suo frutto: non si raccolgono fichi dagli spini, né si vendemmia uva da un rovo. L’uomo buono dal buon tesoro del suo cuore trae fuori il bene; l’uomo cattivo dal suo cattivo tesoro trae fuori il male: la sua bocca infatti esprime ciò che dal cuore sovrabbonda» (Luca 6,39-45).

 

Un cieco che guida un altro cieco….guardare la pagliuzza che è nell’occhio del tuo fratello senza accorgerti della trave che é nel tuo occhio….ma che linguaggio é mai questo? solo un linguaggio iperbolico? un linguaggio da genere letterario? una semplice metafora?

Eh si! Siamo diventati proprio bravi ad addomesticare la Parola, esperti nel renderla innocua, addolcendola con interpretazioni edulcoranti che ne stemperino l’amarezza (Cfr. Ap 10, 10-11), professionisti nell’adattarla alle nostre esigenze perché possiamo evitare di adattarci alle Sue.
Gesù è sempre graffiante!
La sua parola é viva ed efficace, più tagliente di una spada a doppio taglio (Eh 4, 12).
Solo la Sua parola, però. Non chi pretende di esserne depositario.
Guardati dai maestri! Guardati dalla pretesa di esserlo! Dalla sottile pretesa di avere la veritá in tasca. La Verità é solo una persona, Lui, che è sempre oltre ogni tua aspettativa e idea.
Guardati dall’illusione di poter raggiungere certezze granitiche con cui “rendere perfettamente comprensibili tutta la fede e tutto il Vangelo” (Gaudete et exsultate, n. 39).
È così che si aprono le porte a “un certo sentimento di superiorità rispetto agli altri fedeli” (Vita consecrata, n. 38) e sottilmente si insinua la pretesa di poter guidare altri, la prerogativa di togliere le pagliuzze dai loro occhi. Ci sarà un motivo per cui Gesù ha detto: “Non chiamate nessuno maestro”?
Se proprio devi scegliere qualcuno da prendere a modello, un criterio c’è.
Ogni albero si riconosce dai suoi frutti.
Non sono i frutti della popolarità, dei numeri (anche Hitler aveva folle oceaniche che lo seguivano).
È il frutto della pace, della gioia, della mitezza, dell’amore che da una persona promana. Guarda i suoi occhi, osservala nel suo agire quotidiano. Vai alla scoperta della perla preziosa, del tesoro nascosto nel campo. Dio è nascosto. Scoprilo nel sorriso speranzoso di una mamma che porta il peso di un figlio drogato affidando alla preghiera del Rosario la sua sofferenza.
Scoprilo nella tenacia eroica di due giovani fidanzati che lottano per vivere, nella castità, la preparazione a quel “sì per sempre” che li renderà liberi di donarsi l’uno all’altra con un amore totale e libero.
Scoprilo nella pazienza di un malato che sopporta la sua condizione nella fiducia del chicco che muore per portare frutto.
Dio ci liberi dai maestri e ci doni testimoni credibili, discepoli umili e fedeli del Suo Figlio, che vogliano essere solo trasparenza di Lui. 

Doni a noi di esserlo!

24 febbraio 2019 – VII Domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«A voi che ascoltate, io dico: amate i vostri nemici, fate del bene a quelli che vi odiano, benedite coloro che vi maledicono, pregate per coloro che vi trattano male. A chi ti percuote sulla guancia, offri anche l’altra; a chi ti strappa il mantello, non rifiutare neanche la tunica.
Da’ a chiunque ti chiede, e a chi prende le cose tue, non chiederle indietro.

E come volete che gli uomini facciano a voi, così anche voi fate a loro. Se amate quelli che vi amano, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori amano quelli che li amano. E se fate del bene a coloro che fanno del bene a voi, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori fanno lo stesso. E se prestate a coloro da cui sperate ricevere, quale gratitudine vi è dovuta? Anche i peccatori concedono prestiti ai peccatori per riceverne altrettanto. Amate invece i vostri nemici, fate del bene e prestate senza sperarne nulla, e la vostra ricompensa sarà grande e sarete figli dell’Altissimo,
perché egli è benevolo verso gli ingrati e i malvagi.

Siate misericordiosi, come il Padre vostro è misericordioso.
Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e sarete perdonati. Date e vi sarà dato: una misura buona, pigiata, colma e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio» (Luca 6,27-38).

 

“Anche i peccatori fanno lo stesso”. È vero Gesù: non è pensabile che tu sia andato in croce per ripetere qualcosa che già qualcun altro aveva potuto pronunciare. Non è pensabile che un tuo discepolo non abbia altro strumento per distinguersi dalla massa che una semplice frequentazione domenicale di spazi liturgici. Il tuo discepolo deve avere un “di più”, una differenza di tipo qualitativo e non quantitativo. Perché essere cristiano non è faccenda di amare più degli altri; è amare diversamente rispetto agli altri.

Un giorno Pietro chiese a Gesù quanto dovesse perdonare al fratello. La conosciamo la risposta del Maestro: settanta volte sette che, per un ebreo, equivale a dire “sempre”.

Lo espresse bene San Bernardo: la misura dell’amore è amare senza misura. Questo è il “come”.

Però, ci accusano di buonismo, di mollezza, di incapacità di mettere fine alle ingiustizie, addirittura di tollerarle!!

È vero: davanti alle offese, un bel ceffone ti dà soddisfazione. Ma vale la felicità di un momento, davanti alla spirale di violenza che inneschi? Il vero potere è il perdono che, certo, non cambia il passato, ma il futuro sì.

La vendetta è godimento di un minuto. L’amore che sorpassa i limiti dell’istinto è questione di pace eterna. È togliere all’altro il potere di continuare a ferire il tuo cuore. È rifiutare di divenire complici, non del male subito, ma del Male con la lettera maiuscola. A te la scelta.

 

17 febbraio 2019 – VI Domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, Gesù, disceso con i Dodici, si fermò in un luogo pianeggiante.
C’era gran folla di suoi discepoli e gran moltitudine di gente da tutta la Giudea,
da Gerusalemme e dal litorale di Tiro e di Sidòne. 

Ed egli, alzàti gli occhi verso i suoi discepoli, diceva:
«Beati voi, poveri, perché vostro è il regno di Dio.
Beati voi, che ora avete fame, perché sarete saziati.
Beati voi, che ora piangete, perché riderete.
Beati voi, quando gli uomini vi odieranno e quando vi metteranno al bando e vi insulteranno e disprezzeranno il vostro nome come infame, a causa del Figlio dell’uomo.
Rallegratevi in quel giorno ed esultate perché, ecco, la vostra ricompensa è grande nel cielo.
Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i profeti.

Ma guai a voi, ricchi, perché avete già ricevuto la vostra consolazione.
Guai a voi, che ora siete sazi, perché avrete fame.
Guai a voi, che ora ridete, perché sarete nel dolore e piangerete.
Guai, quando tutti gli uomini diranno bene di voi.
Allo stesso modo infatti agivano i loro padri con i falsi profeti» (Luca 6,17-26).

Vuoi la gioia o preferisci il dolore e i guai?? La risposta sembra facile e scontata… chi mai può desiderare i guai?

Eppure leggendo il vangelo di questa domenica come minimo ci possono sorgere dei dubbi: forse la strada proposta da Gesù non è quella più desiderabile e facile da scegliere, una via da preferire a occhi chiusi. Soprattutto, può essere forse una strada da scegliere ciò che in realtà più spesso è qualcosa che si subisce?

Per la logica del mondo, che cerca ricchezza, appagamento e riconoscimenti, le beatitudini annunciate da Gesù sono pura follia.

Eppure per noi cristiani le beatitudini sono paragonabili ad una “Magna charta, linee fondamentali per rimanere nella volontà di Dio e sperimentare la sua Grazia.

A livello teorico possiamo accogliere il paradosso, finché va tutto bene… ma “prova a trovartici tu senza un soldo, pieno di fame e disprezzato da tutti” – obietterà chi si trova in queste condizioni.

Eppure, tutti noi abbiamo nella mente alcune persone che nonostante un lutto importante o una malattia, o una situazione estremamente difficile, grazie alla fede fanno un’esperienza misteriosa di sentirsi rafforzati, sostenuti, avvolti da un amore che sorregge. La forza che viene dalla fede è lo Spirito Santo che è un anticipo, una caparra dell’eredità che ci aspetta in Cielo, che nel dolore può farci sperimentare persino la gioia.

Viceversa, quante persone vivono nell’abbondanza, e godono di grande rispetto e stima, ma sperimentano una forte inquietudine, insoddisfazione profonda o depressione!!

Forse la vera felicità non dipende allora da ciò che vivi, ma da qualcosa di molto più profondo, nascosto, spirituale, capace di trasfigurare tutte le cose, aiutandoti a cogliere la bellezza e l’oro prezioso celato dietro le maschere della sofferenza e del dolore.

La beatitudine non dipende da ciò che ti capita, ma dal Cielo che ti abita dentro, da ciò che consideri realmente la ricchezza della tua vita. Qualunque siano le vicende del tuo vivere umano, custodirai allora il dono del saperti protetto, custodito e accompagnato passo passo verso la meta del nostro viaggio, che è il Cielo stesso.

 

10 febbraio 2019 – V Domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, mentre la folla gli faceva ressa attorno per ascoltare la parola di Dio, Gesù, stando presso il lago di Gennèsaret, vide due barche accostate alla sponda. I pescatori erano scesi e lavavano le reti. Salì in una barca, che era di Simone, e lo pregò di scostarsi un poco da terra.
Sedette e insegnava alle folle dalla barca.

Quando ebbe finito di parlare, disse a Simone: «Prendi il largo e gettate le vostre reti per la pesca». Simone rispose: «Maestro, abbiamo faticato tutta la notte e non abbiamo preso nulla; ma sulla tua parola getterò le reti». Fecero così e presero una quantità enorme di pesci e le loro reti quasi si rompevano. Allora fecero cenno ai compagni dell’altra barca, che venissero ad aiutarli. Essi vennero e riempirono tutte e due le barche fino a farle quasi affondare. Al vedere questo, Simon Pietro si gettò alle ginocchia di Gesù, dicendo: «Signore, allontànati da me, perché sono un peccatore». Lo stupore infatti aveva invaso lui e tutti quelli che erano con lui, per la pesca che avevano fatto; così pure Giacomo e Giovanni, figli di Zebedeo, che erano soci di Simone. Gesù disse a Simone: «Non temere; d’ora in poi sarai pescatore di uomini». E, tirate le barche a terra, lasciarono tutto e lo seguirono. (Luca 5,1-11)

 

Abbiamo trascorso la notte intera a pescare ma, con gli occhi velati di tristezza e con il cuore avvinto da un senso profondo di fallimento, fissiamo le nostre reti….. semplicemente vuote.

E così ci arrendiamo ad una vita che trascorre nel tran tran di una quotidianità ripetitiva, come davanti ad una pellicola in bianco e nero di una storia, più e più volte vista, che non ci regala più nessuna emozione.
I nostri sogni seppelliti sotto una coltre di lezioni imparate dai maestri di questo mondo che ci somministrano, in pillole, la loro sapienza anestetizzante.
I nostri occhi rimangono fissi sulle reti vuote di una vita ferma.
Ogni tanto ti scopri a vagheggiare imprese che furono, inscritte in un passato ormai sbiadito. Ricordi di gesta eroiche e pesche miracolose che ti hanno fatto assaporare, per un momento, l’euforia della gloria.
A tratti ti senti scosso da ardori di età, ormai andate, che vorrebbero squarciare quella spessa cortina di grigiore, che ormai ti avvolge, per contemplare l’azzurro del Cielo e poter nuovamente colorare la tua vita.
Ma concludi che questi sono solo i guizzi di un cuore (povero illuso!) che non può fare a meno di impennarsi, come fanno le onde del mare, caricate di potenza da un soffio di vento che non sai da dove viene nè dove va; onde che sono destinate però ad infrangersi contro la riva della tua “conquistata maturità”, come davanti alla linea di confine di quella terra promessa che hai finalmente raggiunto e che non sei più disposto, per nulla al mondo, a lasciare.
Ma continui a fissare le tue reti vuote e non vuoi volgere il tuo sguardo verso il mare aperto perché, in fondo, sai che è da lì che proviene la promessa di nuove imprese, nuove pesche miracolose, nuova gloria.
Fissi la terra ferma delle tue sicurezze, di una vita guidata dalla logica del buon senso, di una vita immersa, forse, nel peccato eppure, in fondo, tanto rassicurante ed equilibrante (almeno così sembra!).
E Gesù passa e ti rivolge quelle parole che, altre volte, hai sentito ma che, adesso, vorresti proprio non ascoltare: “Prendi il largo!”
Sì, hai sentito bene, prendi il largo! Lascia la riva delle tue sicurezze, di tutti quei “beni” che ti danno, certo, il senso di essere al riparo dai marosi e dalle tempeste, ma che, in fondo, sono diventati la tua prigione. Lascia la riva! Prendi il largo! Va’ verso il mare aperto della vita, esci dalla tua terra!
Dai! In fondo sai quant’è soffocante questa routine. Sai che, ogni volta che ti sei fidato, ho riempito di pesci le tue reti. Ascolta la nostalgia profonda del tuo cuore. “Ti chiamo ad essere pescatore di uomini. Tanti attendono di essere pescati nella rete del Regno che sono venuto ad inaugurare. Tanti cuori assetati di giustizia, di pace, di unità, di amore. Io ho scelto te, per essere pescatore di uomini. Non guardare alle tue miserie, debolezze, al tuo peccato. Come al profeta Isaia, ti dico: é scomparsa la tua colpa e il tuo peccato è espiato.”
È così.
Possiamo continuare a contemplare le nostre reti vuote o, sulla parola di Gesù, prendere il largo e gettarle in mare perché Lui le riempia.
A noi la scelta.

 

3 febbraio 2019 – IV Domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, Gesù cominciò a dire nella sinagoga:
«Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». 

Tutti gli davano testimonianza ed erano meravigliati delle parole di grazia che uscivano dalla sua bocca e dicevano: «Non è costui il figlio di Giuseppe?». Ma egli rispose loro: «Certamente voi mi citerete questo proverbio: “Medico, cura te stesso. Quanto abbiamo udito che accadde a Cafàrnao, fallo anche qui, nella tua patria!”». Poi aggiunse: «In verità io vi dico: nessun profeta è bene accetto nella sua patria. Anzi, in verità io vi dico: c’erano molte vedove in Israele al tempo di Elìa, quando il cielo fu chiuso per tre anni e sei mesi e ci fu una grande carestia in tutto il paese; ma a nessuna di esse fu mandato Elìa, se non a una vedova a Sarèpta di Sidòne. C’erano molti lebbrosi in Israele al tempo del profeta Eliseo;
ma nessuno di loro fu purificato, se non Naamàn, il Siro».

All’udire queste cose, tutti nella sinagoga si riempirono di sdegno. Si alzarono e lo cacciarono fuori della città e lo condussero fin sul ciglio del monte, sul quale era costruita la loro città, per gettarlo giù.
Ma egli, passando in mezzo a loro, si mise in cammino (Luca 4,21-30).

Quanto è difficile avere a che fare con chi pensa di aver già capito tutto di te! Quanto è difficile cercare di costruire una strada verso il bene, su cui camminare assieme, quando chi potrebbe (o dice che vorrebbe) essere tuo compagno di viaggio, continua a tagliarti addosso i panni, a fare confronti con il passato, a scaricarti addosso le proprie speranze e aspettative per il futuro!! Povero Gesù: in un minuto è passato dagli applausi agli insulti. Brutto mestiere essere Verità e Luce!

I suoi paesani erano vittime dei riflettori improvvisamente accesi su di loro. Da piccolo e insignificante borgo di periferia, Nazareth era saltato immediatamente agli onori delle cronache nazionali. “Da lì viene questo Gesù. Dicono sia addirittura il Messia!!!”

Non c’è peggior cosa di un ignorante scaraventato in prima linea. Si sentirà importante, ma non per i propri meriti, ma solo per ideali (o ideologie) e astrattismi. E si sentirà pure in potere di giudicare, di squalificare, di mettere alla prova: “Ma scherziamo? Quello è figlio di Giuseppe!! Mi ha costruito un tavolo e le sedie per la casa! Se è proprio ciò che si dice, mettiamolo alla prova!! Facci un miracolo, facci un miracolo, facci un miracolo..!!”

Ecco la generazione persa nel proprio orgoglio autosufficiente: chiede un miracolo per credere. Peccato che la fede sia credere per poter imparare a vedere i miracoli. Perché, i miracoli, già avvengono.

Ma, si sa, l’essenziale è invisibile agli occhi (A. de Saint Exupéry). Soprattutto agli occhi di chi pensa di aver già capito tutto.

Dio non è di nessuno. Non esistono caste, raccomandazioni, privilegi, nazionalismi. Il miracolo viene concesso allo straniero pagano, alla vedova pagana. Non ai pii devoti. Che scherzi da Dio!!!

 

27 gennaio 2019 – III Domenica del Tempo Ordinario

Fratelli, come il corpo è uno solo e ha molte membra, e tutte le membra del corpo, pur essendo molte, sono un corpo solo, così anche il Cristo. Infatti noi tutti siamo stati battezzati mediante un solo Spirito in un solo corpo, Giudei o Greci, schiavi o liberi; e tutti siamo stati dissetati da un solo Spirito. E infatti il corpo non è formato da un membro solo, ma da molte membra. (cfr 1Cor 12,12-13)

In quel tempo, Gesù ritornò in Galilea con la potenza dello Spirito
e la sua fama si diffuse in tutta la regione. Insegnava nelle loro sinagoghe e gli rendevano lode.
Venne a Nàzaret, dove era cresciuto, e secondo il suo solito, di sabato, entrò nella sinagoga e si alzò a leggere. Gli fu dato il rotolo del profeta Isaìa; aprì il rotolo e trovò il passo dove era scritto:
«Lo Spirito del Signore è sopra di me;
per questo mi ha consacrato con l’unzione
e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,
a proclamare ai prigionieri la liberazione
e ai ciechi la vista;
a rimettere in libertà gli oppressi
e proclamare l’anno di grazia del Signore».
Riavvolse il rotolo, lo riconsegnò all’inserviente e sedette. Nella sinagoga, gli occhi di tutti erano fissi su di lui. Allora cominciò a dire loro: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato»
(cfr Lc 4,14-21).

Bella cosa essere occhio, vedere un mondo meraviglioso, trasmettere emozioni e pensieri solo con uno sguardo,…! Ma senza l’umile compito del rene, anche l’occhio muore. Bella cosa essere mano, dare vita a poesie, opere d’arte, costruzioni, dare carezze, sostenere, accompagnare,…! Ma senza il nascosto compito di quella piccola e insignificante ghiandola, anche la mano sprofonda nell’inutilità.

Essere cristiani significa essere parte di un corpo, ognuno per la sua parte.
Quale la tua? Qual è il tuo posto nella Chiesa, nel mondo, a casa tua, nel tuo lavoro? Quanto esso è allineato con ciò che sei veramente e non con ciò che ti piacerebbe essere o, peggio ancora, con ciò che gli altri vorrebbero che tu fossi?
Capire chi sono è l’inizio della felicità, la fine delle ricerche estenuanti senza una meta.
Capire chi sono è tornare alle origini, alla fonte, a dove tutto è iniziato.

Un po’ come Gesù che, dopo i primi passi in Galilea, torna a casa sua, laddove a lungo aveva vissuto e lavorato. Lì, nell’ordinarietà e nel nascondimento, negli anni aveva maturato questa consapevolezza: “Io sono venuto per i prigionieri, gli oppressi, i poveri, i ciechi”. 
Ti è chiaro a quale categoria tu appartenga? Perché se non lo capisci, rischi che Dio non abbia più a che fare con la tua vita. E se non ti rendi conto di dove tu sia, di quale sia il tuo bisogno profondo, allora ti basti un suggerimento: sei cieco. Ben venga la luce di Cristo a raccontarti la verità di ciò che sei, ben venga la sua Parola ad aiutarti a chiamare le cose con il proprio nome.

Perché poi, tornare agli inizi significa fare verità.

 

20 gennaio 2019 – II Domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, vi fu una festa di nozze a Cana di Galilea e c’era la madre di Gesù. Fu invitato alle nozze anche Gesù con i suoi discepoli. Venuto a mancare il vino, la madre di Gesù gli disse: «Non hanno vino». E Gesù le rispose: «Donna, che vuoi da me? Non è ancora giunta la mia ora». Sua madre disse ai servitori: «Qualsiasi cosa vi dica, fatela».
Vi erano là sei anfore di pietra per la purificazione rituale dei Giudei, contenenti ciascuna da ottanta a centoventi litri. E Gesù disse loro: «Riempite d’acqua le anfore»; e le riempirono fino all’orlo. Disse loro di nuovo: «Ora prendetene e portatene a colui che dirige il banchetto». Ed essi gliene portarono.
Come ebbe assaggiato l’acqua diventata vino, colui che dirigeva il banchetto – il quale non sapeva da dove venisse, ma lo sapevano i servitori che avevano preso l’acqua – chiamò lo sposo e gli disse: «Tutti mettono in tavola il vino buono all’inizio e, quando si è già bevuto molto, quello meno buono. Tu invece hai tenuto da parte il vino buono finora».
Questo, a Cana di Galilea, fu l’inizio dei segni compiuti da Gesù; egli manifestò la sua gloria e i suoi discepoli credettero in lui (Giovanni 2,1-11).

Di Lui diranno che è un mangione e un beone.
Brutta cosa l’invidia di chi non sa gioire delle gioie altrui. Brutta cosa vivere invidiando la capacità altrui di fare festa e quindi auto condannandosi ad un’esistenza triste e solitaria.

Per fare festa c’è bisogno di vino, verrebbe da dire a leggere il Vangelo odierno. Anche Maria lo sa! Esclusione per gli astemi? No di certo! Nel Vangelo il vino è da leggere come un simbolo di gioia vera, fresca, condivisa… ma soprattutto ha un nome e un cognome. Nel Vangelo la gioia non è solo un sentimento o uno stato d’animo, ma è presenza di Gesù.

È Lui la gioia che prende forma dal banale, dallo scontato, dall’ovvio, trasformandolo nel brio di una novità sempre rinnovata. Il vero astemio è colui che è incapace di fare festa, colui che, accortosi che è rimasta solo acqua, si accontenta e non procede oltre, non si ingegna, non chiede aiuto, non mette Gesù all’opera, ma soprattutto colui che disubbidisce alle ultime parole della Madre: “Qualunque cosa vi dica, fatela!”

Chi la ascoltò, continuò a bere e divertirsi, come mai aveva fatto prima.

Chi cominciò a tergiversare, accampare scuse, inventarsi alternative, si è presto intristito.

Un Dio da lasciare nelle nicchie, chiuso nei tabernacoli, dimenticato nelle abbazie, è poca roba rispetto a ciò che Dio realmente è. Lui è un mangione e un beone.
Brutta cosa l’invidia.

 

 

13 Gennaio 2019 – Battesimo del Signore

In quel tempo, poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni,
si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo:
«Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me,
a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali.
Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco». 
Ed ecco, mentre tutto il popolo veniva battezzato e Gesù, ricevuto anche lui il battesimo, stava in preghiera, il cielo si aprì e discese sopra di lui lo Spirito Santo in forma corporea, come una colomba, e venne una voce dal cielo: «Tu sei il Figlio mio, l’amato: in te ho posto il mio compiacimento»
(Vangelo di Luca, 3,15-16.21-22).

Sono passati 18 anni da quel quadretto familiare al tempio: i due santi genitori angosciati e trafelati e Lui intento a discutere delle cose del Cielo. Speravamo che i tempi fossero maturi per la grande rivelazione: il Figlio di Dio è in mezzo a noi!!! Con Dio accanto, tutto è risolto!! Ora un po’ di effetti speciali e tutti riconosceranno la Verità. E invece non è così: Gesù si mette in coda con i peccatori, Lui che il peccato non l’aveva mai conosciuto, se non come frutto della presenza del nemico. Lui, acqua limpida che rinfresca e disseta sceglie di immergersi nell’acqua resa putrida dalle immondezze peccaminose altrui.

E tutto ciò in silenzio, addirittura facendosi poi da parte, nel raccoglimento della preghiera. Non certo uno stile da Dio, verrebbe da commentare!! Per fortuna che ci pensa il Padre e lo Spirito Santo a dare un tocco di straordinarietà a questo momento, altrimenti era proprio grama la faccenda!!!

Eppure, la questione non sta in questi termini. Piuttosto, è davanti alla dimessa e nascosta presenza di Gesù, davanti alla sua decisione di immergersi nei bassifondi dell’umanità, a contatto col peccato più immondo, condividendo dal basso l’esperienza dell’umano vivere… è davanti a tutto ciò che la Trinità stessa si rivela: “Noi amiamo così!”

Grazie Dio mio, infinitamente Grazie, perché sei sceso nella mia vita sporca e raccogliticcia e l’hai purificata con la tua presenza di amore. Quella voce oggi è anche per me, è anche per te: “Coraggio figlio mio, coraggio figlia mia. Esci dall’acqua, rialzati dal fango. Tu sei amato, tu sei amata. Da sempre e per sempre”.

6 Gennaio 2019 – Epifania del Signore

Nato Gesù a Betlemme di Giudea, al tempo del re Erode, ecco, alcuni Magi vennero da oriente a Gerusalemme e dicevano: «Dov’è colui che è nato, il re dei Giudei? Abbiamo visto spuntare la sua stella e siamo venuti ad adorarlo». All’udire questo, il re Erode restò turbato e con lui tutta Gerusalemme. Riuniti tutti i capi dei sacerdoti e gli scribi del popolo, si informava da loro sul luogo in cui doveva nascere il Cristo. Gli risposero: «A Betlemme di Giudea, perché così è scritto per mezzo del profeta: “E tu, Betlemme, terra di Giuda, non sei davvero l’ultima delle città principali di Giuda: da te infatti uscirà un capo che sarà il pastore del mio popolo, Israele”».
Allora Erode, chiamati segretamente i Magi, si fece dire da loro con esattezza il tempo in cui era apparsa la stella e li inviò a Betlemme dicendo: «Andate e informatevi accuratamente sul bambino e, quando l’avrete trovato, fatemelo sapere, perché anch’io venga ad adorarlo».
Udito il re, essi partirono. Ed ecco, la stella, che avevano visto spuntare, li precedeva, finché giunse e si fermò sopra il luogo dove si trovava il bambino. Al vedere la stella, provarono una gioia grandissima. Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra. Avvertiti in sogno di non tornare da Erode, per un’altra strada fecero ritorno al loro paese (Vangelo di Matteo 2,1-12).

Hanno interpretato il moto degli astri e i segni nella natura e sono partiti.

Una stella li ha guidati, ma l’hanno persa per strada.

Sono entrati nei palazzi del potere e hanno rischiato di essere complici di un infanticidio, anzi, di un deicidio.

Hanno coinvolto i teologi del tempo, ma non sono stati in grado di accattivare il loro interesse.

Cercavano un re e hanno trovato un bambino, figlio di un falegname e di una ragazza adolescente.

Dov’è allora tutta questa sapienza se la vicenda dei Magi sembra una continua approssimativa accozzaglia di tentativi?

Essi sono un immenso esempio e modello, per chi vive di risposte, dimenticando che sono le domande a metterci in ricerca, a farci crescere, a metterci in movimento.

Per chi si deprime e si abbandona alla sconfitta, dopo aver sbagliato, dimenticando che chi non sbaglia mai è chi non ci prova.

Per chi cerca la luce vera e si accontenta dei pallidi riflessi, dimenticando che l’unica Luce che rischiara le tenebre è Gesù Cristo.

Per chi pensa di essere Luce, dimenticando che siamo chiamati a brillare di Luce riflessa, non di luce propria.

Per chi si accontenta di poco, dimenticando e disprezzando la pienezza della Gioia che ci è promessa.

I Magi, al rivedere la luce della stella provarono una gioia immensa, dice il Vangelo.

E allora buona Epifania! Che possiamo essere anche noi stelle che diffondono gioia attorno a noi, nei cuori di chi ci incontra. Anche perché, se chi ci incontra se ne va triste, o impaurito, o scandalizzato, o indifferente, forse, nel nostro cristianesimo qualcosa è da rivedere!!!

 

30 Dicembre 2018 – Festa della Santa Famiglia

“I genitori di Gesù si recavano ogni anno a Gerusalemme per la festa di Pasqua. Quando egli ebbe dodici anni, vi salirono secondo la consuetudine della festa. Ma, trascorsi i giorni, mentre riprendevano la via del ritorno, il fanciullo Gesù rimase a Gerusalemme, senza che i genitori se ne accorgessero. Credendo che egli fosse nella comitiva, fecero una giornata di viaggio, e poi si misero a cercarlo tra i parenti e i conoscenti; non avendolo trovato, tornarono in cerca di lui a Gerusalemme.
Dopo tre giorni lo trovarono nel tempio, seduto in mezzo ai maestri, mentre li ascoltava e li interrogava. E tutti quelli che l’udivano erano pieni di stupore per la sua intelligenza e le sue risposte.
Al vederlo restarono stupiti, e sua madre gli disse: «Figlio, perché ci hai fatto questo? Ecco, tuo padre e io, angosciati, ti cercavamo». Ed egli rispose loro: «Perché mi cercavate? Non sapevate che io devo occuparmi delle cose del Padre mio?». Ma essi non compresero ciò che aveva detto loro.
Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso. Sua madre custodiva tutte queste cose nel suo cuore. E Gesù cresceva in sapienza, età e grazia davanti a Dio e agli uomini.” (Luca 2,41-52)

 

Credo che talvolta abbiamo rappresentato la Sacra Famiglia in modo un po’ troppo moralistico, quasi ideale, astrattamente, dimenticandoci di quello che invece la Scrittura ci consegna.

Della Santa Famiglia, trascorsi i giorni della Natività, abbiamo 30 anni di silenzio, eccetto che per un episodio che, in modo molto concreto, racconta di un colpo di testa di Gesù fanciullo, quasi adolescente, di una mancata custodia e sorveglianza da parte di Maria e Giuseppe, di una non comprensione tra genitori e figli, di risposte nette e quasi dure.

Ed è la Famiglia Santa per eccellenza. Per fortuna, verrebbe da aggiungere!!

Ma se le cose stanno così, allora sono forse da rivedere i nostri criteri di Santità!!

È Santa perché mette Gesù al centro.

È Santa perché può vedere al proprio interno un Dio che cresce, che diventa sempre più grande, che prende sempre più spazio dentro di sè, portando età, sapienza e grazia!!

È Santa perché torna sui suoi passi.

È Santa perché sbaglia e riconosce i propri errori.

È Santa perché non comprende tutto subito, ma custodisce e medita.

È Santa perché non si riduce ad un equilibrio perfetto tra relazioni umane, ma accetta di vivere, pur nella fatica delle incomprensioni, uno slancio verso il Cielo, una disponibilità a lasciarsi plasmare dal Cielo stesso.

È Santa perché ha saputo imparare l’Amore senza pretendere di possederlo per nomina dall’alto.

Per questo è modello, perché è straordinariamente normale, perché ha scelto di vivere tale normalità riempiendola di un Cielo da imparare.

 

25 Dicembre 2018 – Santo Natale del Signore

“Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce” (Is 9,1)

Troppi i ripostigli oscuri nel nostro cuore, troppi gli angoli avvolti da gelida solitudine, troppi gli anfratti vergognosamente nascosti.. E poi, noi folli a pensare di poter camminare nel buio!! Come sia possibile l’ostinazione di chi con altissima probabilità finirà rovinosamente a terra, questo ancora un grande mistero!!!Eppure, nella nostra follia autoreferenziale Tu hai scelto di nascere, proprio lì, nella grotta più nascosta della nostra vita. Con le tue braccine neonate, con i tuoi vagiti, con i tuoi occhietti carichi di vita, solo una cosa ci hai chiesto: “Amami…”

A tutti voi che leggete auguro di cuore il coraggio di scegliere l’Amore, l’incoscienza di abbracciare la Tenerezza, la pazzia di imbracciare le armi della Speranza.

Solo chi sceglie di restare piccolo bimbo nelle mani di Dio è realmente e per sempre grande nella vita, pacificato con se stesso e con il mondo attorno a sé. 

Tutto ciò è racchiuso nel Dio Bambino di Betlemme. Custodiscilo, difendilo, e scoprirai che un po’ alla volta le tenebre diverranno luce, proprio laddove pensavi potesse esserci solo buio e morte. Buon Natale!!!

 

16 Dicembre 2018 – III Domenica di Avvento

In quel tempo, le folle interrogavano Giovanni, dicendo: «Che cosa dobbiamo fare?». Rispondeva loro: «Chi ha due tuniche, ne dia a chi non ne ha, e chi ha da mangiare, faccia altrettanto». 
Vennero anche dei pubblicani a farsi battezzare e gli chiesero: «Maestro, che cosa dobbiamo fare?». Ed egli disse loro: «Non esigete nulla di più di quanto vi è stato fissato». 
Lo interrogavano anche alcuni soldati: «E noi, che cosa dobbiamo fare?». Rispose loro: «Non maltrattate e non estorcete niente a nessuno; accontentatevi delle vostre paghe».
Poiché il popolo era in attesa e tutti, riguardo a Giovanni, si domandavano in cuor loro se non fosse lui il Cristo, Giovanni rispose a tutti dicendo: «Io vi battezzo con acqua; ma viene colui che è più forte di me, a cui non sono degno di slegare i lacci dei sandali. Egli vi battezzerà in Spirito Santo e fuoco. Tiene in mano la pala per pulire la sua aia e per raccogliere il frumento nel suo granaio; ma brucerà la paglia con un fuoco inestinguibile».
Con molte altre esortazioni Giovanni evangelizzava il popolo (Luca 3,10-18).

La terza domenica di Avvento è segnata dalla Gioia! Il Signore sta per venire, l’attesa sta giungendo al termine e sale quell’eccitazione sottile che dona energia e vitalità: è come quando sta per arrivare un ospite illustre a casa. Si corre, si ultima l’addobbo della sala, della tavola, un’ultima sistemata ai capelli, al vestito ed ecco!!! Suona il campanello, è arrivato!! Che gioia grande in questa casa!

Forse, ad avere a che fare con il Signore, non è sempre così. Talvolta l’abitudine ci impiglia tra le sue trame e ci toglie il gusto della novità della presenza di Dio, “bellezza sempre antica e sempre nuova” (Sant’Agostino). Forse ci si accomoda nella stanca ripetizione di buone maniere, di convenzionali strette di mano, di sguardi di cortesia… ed è sufficiente così.

“L’attesa aumenta il desiderio”, suggeriva Shakespeare. Sarà vero anche quando si parla di Dio?

Cosa dobbiamo fare? Fosse questa la domanda che spinge le nostre azioni, saremmo già a buon punto. Senza timori: la risposta del Battista non è un dito puntato alla scalata dell’Himalaya. E’ semplicemente (ma radicalmente!!) partire da ciò che è giusto. La venuta di Dio deve inaugurare una nuova giustizia sulla terra, quella ispirata all’amore vero. Che poi, è il terreno fertile da cui può partire ogni avventura sacra, è predisposizione di cuore a ricevere molto di più e ben di più.

Il Signore sta per venire. Venite, adoriamo!

 

9 Dicembre 2018 – II Domenica di Avvento

Nell’anno quindicesimo dell’impero di Tiberio Cesare, mentre Ponzio Pilato era governatore della Giudea, Erode tetràrca della Galilea, e Filippo, suo fratello, tetràrca dell’Iturèa e della Traconìtide, e Lisània tetràrca dell’Abilène, sotto i sommi sacerdoti Anna e Càifa, la parola di Dio venne su Giovanni, figlio di Zaccarìa, nel deserto.
Egli percorse tutta la regione del Giordano, predicando un battesimo di conversione per il perdono dei peccati, com’è scritto nel libro degli oracoli del profeta Isaìa:
«Voce di uno che grida nel deserto:
Preparate la via del Signore,
raddrizzate i suoi sentieri!
Ogni burrone sarà riempito,
ogni monte e ogni colle sarà abbassato;
le vie tortuose diverranno diritte
e quelle impervie, spianate.
Ogni uomo vedrà la salvezza di Dio!» (Luca 3,1-6).

Sono nomi di potenti quelli celebrati dall’evangelista Luca: governatori, tetrarchi, sommi sacerdoti… e su nessuno di essi la Parola di Dio scende! Essa si piega dal Cielo fino a toccare il cuore del giovane Giovanni, il Battista, il Precursore, colui la cui vocazione è dichiarare l’apertura  dei lavori in corso per la costruzione definitiva del Regno di Dio. Si tratta di delimitare il cantiere e di preparare la venuta del direttore dei lavori.

Certo che preparare la strada a Dio suscita un po’ di timore: qui non si tratta di asfaltare una strada, costruire un muretto o una tettoia. Stiamo puntando alto. Com’è possibile preparare una strada adatta a Dio??

Eppure, se tale timore ci assale, se ci sembra che l’invito alla conversione sia qualcosa di troppo al di là delle nostre povere forze e capacità, forse è perché dimentichiamo le preferenze di Dio. Lui sceglie la giovinetta di Israele, il predicatore nel deserto, Lui sceglie di abitare la vita del falegname di Nazareth. Nulla a che vedere con coloro che sembravano garantire migliori possibilità di successo, vista la loro posizione sociale e le loro risorse a disposizione.

Non solo, ma forse dimentichiamo o semplicemente non ci colpisce il fatto che preparare la strada al Signore è in realtà un lasciarsi preparare, è lasciare a Lui il protagonismo della nostra conversione. E’ Lui che colmerà i burroni dei nostri giorni depressi, senza mordente, quei giorni in cui sentiamo mancanze interiori senza nome, desideri indefiniti e quindi per propria natura insoddisfatti, caverne sotterranee in cui rifugiarsi vittime di un male di vivere autoindotto. E’ Lui il fuoco che attende di dare luce, calore e energie ai nostri cuori spenti, infiacchiti, svuotati.

E’ Lui che abbasserà i monti dei nostri orgogli, delle nostre autosufficienze e ci mostrerà la bellezza dell’imparare a lasciare che sia qualcun altro a prendersi cura di noi. Ci mostrerà quanto è bello riconoscere di avere bisogno dell’altro, di non bastare a se stessi.

C’è solo una condizione e questa sì dipende totalmente da noi: raddrizzare i nostri sentieri. Basta ragionamenti tortuosi, alibi e auto assoluzioni, voli pindarici volti a attribuire agli altri responsabilità proprie! Lasciamo che la semplicità dello stile di Dio ci consegni una nuova umiltà, una nuova consapevolezza di quanto siamo suoi piccoli, suoi figli amati e mai abbandonati.

2 Dicembre 2018 – I Domenica di Avvento

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli: 
«Vi saranno segni nel sole, nella luna e nelle stelle, e sulla terra angoscia di popoli in ansia per il fragore del mare e dei flutti, mentre gli uomini moriranno per la paura e per l’attesa di ciò che dovrà accadere sulla terra. Le potenze dei cieli infatti saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire su una nube con grande potenza e gloria.
Quando cominceranno ad accadere queste cose, risollevatevi e alzate il capo, perché la vostra liberazione è vicina.
State attenti a voi stessi, che i vostri cuori non si appesantiscano in dissipazioni, ubriachezze e affanni della vita e che quel giorno non vi piombi addosso all’improvviso; come un laccio infatti esso si abbatterà sopra tutti coloro che abitano sulla faccia di tutta la terra. Vegliate in ogni momento pregando, perché abbiate la forza di sfuggire a tutto ciò che sta per accadere, e di comparire davanti al Figlio dell’uomo» (Luca 21,25-28.34-36)

 

Signore mio, non vedi che il mondo va tutto a rotoli? L’economia rallenta, la città è sporca e inquinata, le famiglie sono senza punti di riferimento, non si crede più ai valori di un tempo. Gesù mio… e i giovani? Vogliamo parlarne? Si rovinano, si buttano via, non hanno speranze, desideri, aspirazioni.

Sembra che anche la natura si ribelli: alluvioni, terremoti, eventi catastrofici. C’è di che averne ansia e preoccupazione.

E tu Signore che fai? Ci dici di aspettare che prima o poi tornerai.

Perdonaci Signore, ma sembra un po’ pochino davanti a tutto ciò che i nostri occhi vedono. Uno sforzo in più? Ti andrebbe?

Lo stolto così ragiona, colui che, pur se adulto e maggiorenne, ancora attende la pappa pronta. Gesù pronuncia invece parole che vanno in altra direzione: “Davanti a tutto ciò, alzatevi e levate il capo! La vostra liberazione è vicina”!!!

La nostra liberazione è accanto a noi, è a portata di mano. Se solo prendessimo realmente in mano la nostra vita e la trasformassimo in qualcosa di unico e stupendo! Vivere invece che lasciarsi vivere, scegliere invece che subire, costruire invece che sedersi ad attendere immobili.

L’attesa del tempo di Avvento è operosa, non è un restare ai margini della vita a guardare se succeda qualcosa di buono.

Essere cristiani significa accogliere il dono della vita e prendersi l’impegno di restituirlo ricco di opere buone, adornato della bellezza dell’amore, non riempito di polvere di nullafacenza.

L’ansia è di chi non ha controllo. La pace è di chi sa di avere in mano la propria vita. Mani intrecciate, Gesù: la mia con la tua.

 

25 Novembre 2018 – Solennità di Nostro Signore Gesù Cristo Re dell’Universo

In quel tempo, Pilato disse a Gesù: «Sei tu il re dei Giudei?». Gesù rispose: «Dici questo da te, oppure altri ti hanno parlato di me?». Pilato disse: «Sono forse io Giudeo? La tua gente e i capi dei sacerdoti ti hanno consegnato a me. Che cosa hai fatto?». 
Rispose Gesù: «Il mio regno non è di questo mondo; se il mio regno fosse di questo mondo, i miei servitori avrebbero combattuto perché non fossi consegnato ai Giudei; ma il mio regno non è di quaggiù». 
Allora Pilato gli disse: «Dunque tu sei re?». Rispose Gesù: «Tu lo dici: io sono re. Per questo io sono nato e per questo sono venuto nel mondo: per dare testimonianza alla verità. Chiunque è dalla verità, ascolta la mia voce» (Giovanni, 18, 33-37).

Il Vangelo di oggi ci consegna l’incontro tra due sovrani: Pilato, l’emissario del potere imperiale romano e Gesù, Re mite e misericordioso, trionfante sulla morte e sul peccato. Eppure, a fermarci a questa pagina di Giovanni, sembra di incontrare solo la resa dei conti. Gesù, il perdente schiacciato dall’arroganza egoistica di chi aveva timore di vedere usurpato il proprio piccolo regno umano, l’accozzaglia di omuncoli schiavi della propria immagine e delle proprie umane tradizioni minacciate dalla Verità dell’Amore portata da Cristo.

Ma il vero Re è proprio Gesù Cristo, imponente nella sua libertà interiore, capace di disporre del dono della propria vita fino in fondo, mai a patti, ma sempre fedele a quell’Amore del Padre di cui Lui ne è il volto più fedele.

“Tu lo dici”. La regalità di Cristo non si impone all’uomo, ma si propone. Alla fine di queste parole dette da Gesù a Pilato, ci può essere un punto di domanda. Tu, che stai leggendo, lo dici? Chi è il Re della tua vita? A chi ti rivolgi per essere difeso, riconosciuto, sostenuto? Da chi ti stai facendo guidare? “Da nessuno” forse risponderai. Illuso… anche se tu riuscissi ad essere re della tua vita, sempre a qualcuno risponderai, fosse anche nella tua autoreferenziale solitudine. Scegli. Vuoi che sia Lui a guidare i tuoi passi? Se non fosse Lui, chi sta governando su di te? Meglio scoprirlo ora che accorgersene quando sarà troppo tardi.

 

18 Novembre 2018 – XXXIII Domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, Gesù disse ai suoi discepoli:
«In quei giorni, dopo quella tribolazione, il sole si oscurerà,
la luna non darà più la sua luce, le stelle cadranno dal cielo
e le potenze che sono nei cieli saranno sconvolte.
Allora vedranno il Figlio dell’uomo venire sulle nubi con grande potenza e gloria.
Egli manderà gli angeli e radunerà i suoi eletti dai quattro venti,
dall’estremità della terra fino all’estremità del cielo.
Dalla pianta di fico imparate la parabola: quando ormai il suo ramo diventa tenero e spuntano le foglie, sapete che l’estate è vicina. Così anche voi: quando vedrete accadere queste cose,
sappiate che egli è vicino, è alle porte.
In verità io vi dico: non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga. Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno.
Quanto però a quel giorno o a quell’ora, nessuno lo sa, né gli angeli nel cielo né il Figlio, eccetto il Padre» (Marco 13,24-32).

“Non passerà questa generazione prima che tutto questo avvenga”. Eppure, a ben vedere, restando fedeli alle parole usate da Gesù, sembra che il mondo non sia finito con la generazione dei contemporanei di Gesù. Anzi, son passate centinaia di generazioni dal giorno in cui il Figlio di Dio pronunciò queste parole, e niente… il mondo continua ad andare avanti come se nulla fosse. Esiste una ciclicità all’interno del vivere umano, un ripresentarsi simile all’eterno e costante avvicendarsi delle stagioni, senza che nulla realmente cambi.

Sicuramente vorremmo che molte delle cose brutte del mondo (o del nostro mondo) finalmente cambiassero, finissero, si concludessero. Tutti noi desideriamo novità nella vita: serenità, sicurezza di vita, magari anche qualche soldo in più che male non fa, un buon lavoro per i nostri figli, o magari proprio un figlio, dopo anni di attesa. Il nuovo ci affascina, conduce i nostri passi di ricerca, accarezza e seduce i nostri desideri. Parlare della fine del mondo o semplicemente della nostra vita terrena significa anche chiedersi quali siano i desideri profondi della propria vita, la bussola che sta guidando la direzione dei nostri passi.

Signore mio, quanta attesa, quanto desiderio di veder mettere la parola fine a tante pesantezze della vita! Che poi, la parola fine non ha molte volte l’articolo davanti. Desideriamo LA fine perché vediamo che troppe cose non sono orientate AL fine che abbiamo scelto per la nostra vita. E allora insegnaci Tu a gustarci la gioia dell’attesa, non l’ansia del tracollo, il desiderio di incontrarti, non la paura della condanna, il fascino dell’assaporare lo scorrere della vita e non il rimpianto per le occasioni perdute.

11 Novembre 2018 – XXXII Domenica del Tempo Ordinario

In quel tempo, Gesù [nel tempio] diceva alla folla nel suo insegnamento: «Guardatevi dagli scribi, che amano passeggiare in lunghe vesti, ricevere saluti nelle piazze, avere i primi seggi nelle sinagoghe e i primi posti nei banchetti. Divorano le case delle vedove e pregano a lungo per farsi vedere. Essi riceveranno una condanna più severa». Seduto di fronte al tesoro, osservava come la folla vi gettava monete. Tanti ricchi ne gettavano molte. Ma, venuta una vedova povera, vi gettò due monetine, che fanno un soldo. Allora, chiamati a sé i suoi discepoli, disse loro: «In verità io vi dico: questa vedova, così povera, ha gettato nel tesoro più di tutti gli altri. Tutti infatti hanno gettato parte del loro superfluo. Lei invece, nella sua miseria, vi ha gettato tutto quello che aveva, tutto quanto aveva per vivere» (Marco 12, 38-44).

 

Lo sguardo di Gesù parte discreto e quasi nascosto. Lui è lì, ad osservare COME la folla gettava monete nel tesoro del tempio. Non è lì per giudicare, ma per cogliere segni di speranza, per guardare come i suoi figli, quelli per i quali stava per dare tutto di sé, si comportavano davanti alla capacità di aprire i cuori. Sì, perché aprire il portafoglio, nelle sue varie forme che ciò può significare, dice anche la capacità di aprire il cuore. Solo chi ama può incontrare la vera e piena felicità. Solo chi dona è colui che ama.

La folla non ha un nome e un cognome. È l’accozzaglia anonima formata da chi cerca di emergere dal qualunquismo. La strategia scelta è la meno adatta per conservare il proprio reddito personale! Attingere da “ciò che hai” per cercare di costruire il “ciò chi sei”.

Per giunta passando dalla reazione altrui!

 

“Guarda quanto ha dato!! Lui sì che è devoto!! Che benefattore!! Che gran cuore!! Che uomo!!”

 

Poi giunge lei, la povera vedova, totalmente in balia degli eventi. Fruga nelle tasche. Ne fa uscire sue monetine. Le ultime due monetine.

 

“Calcola bene, sorella mia! Se vuoi avere un minimo di serenità e di sicurezza davanti al futuro, danne una al tempio e una tienila tu! Non si sa mai…”

 

“Fratello caro, se voglio avere tutta la serenità e la sicurezza possibile, le darò tutte e due. Voglio dipendere da Dio, non da uno spicciolo.”

 

 

4 Novembre 2018 – XXXI Domenica del Tempo Ordinario

 

In quel tempo, si avvicinò a Gesù uno degli scribi e gli domandò: «Qual è il primo di tutti i comandamenti?». Gesù rispose: «Il primo è: “Ascolta, Israele! Il Signore nostro Dio è l’unico Signore; amerai il Signore tuo Dio con tutto il tuo cuore e con tutta la tua anima, con tutta la tua mente e con tutta la tua forza”. Il secondo è questo: “Amerai il tuo prossimo come te stesso”. Non c’è altro comandamento più grande di questi». Lo scriba gli disse: «Hai detto bene, Maestro, e secondo verità, che Egli è unico e non vi è altri all’infuori di lui; amarlo con tutto il cuore, con tutta l’intelligenza e con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti gli olocausti e i sacrifici». Vedendo che egli aveva risposto saggiamente, Gesù gli disse: «Non sei lontano dal regno di Dio». E nessuno aveva più il coraggio di interrogarlo (Marco 12,28-34).

 

Con tutto il tuo cuore

Con tutta la tua anima

Con tutta la tua mente

Con tutta la tua forza

 

Ascolta Israele, perché tu sia felice e diventiate molto numerosi nella terra dove scorrono latte e miele (Dt, 6,3)

 

Seguire la via tracciata dal nostro Padre Celeste, illuminata dalla vita di Gesù, è faccenda di un “tutto” da rispettare, da vivere, da incarnare.

È anche questione di felicità! Io seguo e rispetto i tuoi comandamenti non per farti felice, ma perché riconosco che mi ami e che, se mi hai chiesto, o vietato, o consigliato qualcosa, è per il mio bene, per non avvelenarmi mente, corpo o cuore, perché io possa avere piena cittadinanza in quella terra dove scorrono latte e miele.

La tua misura Gesù, è stata quella di un “tutto”. Tutta la tua Vita, tutta la tua Divinità, tutta la tua Gioia, tutta la tua Pace, tutta la tua Unità con il Padre… tutto di te hai donato a me.

“Con la misura con la quale misurate, sarà misurato a voi in cambio”

Ti risponderò con un “tutto” di cui sono capace? Nei confronti tuoi, degli altri e di me stesso? Allora il mio cuore si allargherà a tal punto da accogliere tutto di quel tutto che mi doni. Ti risponderò con una piccola parte di quel “tutto” di cui sono capace? Allora riuscirà ad afferrare se non una piccola parte di quel tutto che hai preparato per me. E qui iniziano le tristezze… avrò tutto, ma mi sembrerà che sempre manchi qualcosa.

Una vita felice è una vita in cui l’amore o è tutto o è niente.

“La misura dell’Amore è amare senza misura” (Chiara Amirante)